sabato 11 aprile 2015

RECENSIONE DEL FILM "GANDHI"


                                   "Gandhi" di Richard Attenborough


La recensione di Cassandra del film "Gandhi"

''Gandhi'' è un film biografico del 1982 ,diretto da Richard Attenborough, sulla vita del Mahatma, interpretato dal grande Ben Kingsley. Altri personaggi sono: Candice Bergen nel ruolo di Margaret Bourke- White, Edward Fox nel ruolo del generale Dyer, Geraldine James nel ruolo di Mirabehn e Trevor Howard nel ruolo del giudice Broomfield. Il film inizia con la fine della vita di Gandhi, quando il 30 gennaio 1948 ,a Nuova Delhi, viene assassinato da un giovane estremista indù. La pellicola prosegue, poi, con la nascita della rivolta del Mahatma, quando viene sbattuto fuori da un treno diretto a Pretoria, perché si era accomodato in prima classe. Successivamente incontra Khan, suo cliente in quanto lui era avvocato, grazie al quale diventa cosciente delle brutali condizioni degli indiani nell' Impero britannico. Gandhi, allora, prende la decisione di creare un movimento pacifico e determinato, basato sul concetto di non-violenza e la disobbedienza civile. Durante una manifestazione brucia un passaporto e, a causa della sua azione viene brutalmente aggredito dalla polizia. Rimessosi dall' aggressione, riprende ad organizzare manifestazioni pacifiche venendo, però, arrestato e una volta condotto in carcere incontra un viceré inglese, il quale  si ritiene favorevole all' annullamento delle leggi contro le quali egli aveva protestato. Gandhi fa, così, ritorno in India, proclamando le sue idee non-violente ed ottenendo enormi consensi dal Paese. L' attivista propone un giorno di sciopero a tutto il popolo, allo scopo di complicare la vita politica ai potenti inglesi.
In seguito a ciò il Mahatma viene nuovamente arrestato e poi rilasciato senza dover nemmeno pagare la cauzione. Dopo breve tempo, però, le truppe inglesi del generale Dyer sparano ad una folla di indiani, provocando l' uccisione di moltissime persone tra cui anche donne e bambini. Cominciano a sorgere violenti scontri tra indù e musulmani ,ai quali Gandhi risponde con uno sciopero della fame e della sete, supportato da Mirabehn, sua figlia ''d'adozione'' e sua grandissima seguace. Nel frattempo viene arrestato  per l' ennesima volta e costretto a sei anni di reclusione, con l' accusa di sedizione. Una volta liberato, Gandhi percorre le strade indiane fino a giungere all' Oceano Atlantico, dove raccoglie il sale (quest'evento fu poi chiamato marcia del sale) un gesto simbolico contro la tassa sul sale imposta dal governo britannico. Il protrarsi delle manifestazioni portano gli inglesi a cedere, ma il Mahatma viene ancora arrestato e perde la moglie a causa di una trombosi. Nonostante ciò, l' India riesce a guadagnare l' indipendenza. Il film, poi, si conclude con una frase meravigliosa:''Quando dispero mi ricordo che nel corso di tutta la storia la via dell' amore e della verità ha sempre vinto. Ci sono stati tiranni e macellai e per un po' possono sembrare invincibili, ma la conclusione è che cadono sempre.''


Attenborough, a mio parere, è stato molto bravo a racchiudere in un unico film la vita di un grandissimo uomo come Gandhi, ha saputo creare delle buone scene di massa, spesso ariose come ''la marcia del sale'' ed è riuscito ad orchestrare in maniera precisa i movimenti delle grandi folle grazie all' utilizzo di molte comparse  L' andatura del film è piuttosto lenta, come è normale che sia essendo una biografia, ma le scene sono tutte abbastanza interessanti e lo spettatore perde raramente l' attenzione. La sceneggiatura è stata anch' essa buona, con una trama fedele alla vita del Mahatma e dialoghi credibili e mai surreali. Anche la scelta dei costumi è stata appropriata in quanto gli abiti rispecchiano la tradizione indiana, come la colonna sonora, che mantiene comunque grande sobrietà. Resta centrale la figura del Mahatma e l'interpretazione di Ben Kingsley è davvero eccezionale e commovente, con una grande aderenza fisica e un'intensità  davvero ammirevole, soprattutto nello sguardo, attraverso cui filtra l'umanità, il grande amore per la giustizia e l' enorme desiderio di pace per il popolo del personaggio. Le figure di giudici e dignitari inglesi, invece, sono meno riuscite, anche perchè caratterizzate in maniera forse troppo negativa e a causa di ciò le scene dei loro interventi risultano le meno interessanti, anche se sono comunque indispensabili dal punto di vista narrativo. Personalmente ho trovato molto interessante anche le scene inizali nelle quali il Mahatma reagisce in maniera più impulsiva, come nella scena nella quale sua moglie si rifiuta di lavare le latrine dell'Ashram e lui reagisce quasi con violenza, spiegandole infine il valore di quel gesto. Ho trovato questo film molto bello e ben riuscito, che fa onore ad un grandissimo personaggio della storia moderna come Gandhi. Ricordo che, in una delle scene iniziali del film, durante il funerale di Gandhi, un cronista disse: ''Le nuove generazioni stenteranno a credere che sulla nostra terra sia nato, cresciuto e vissuto un uomo di tale grandezza'' E questo film contribuisce, invece, a renderci coscienti della grande storia di questo colosso, una storia che un po' appartiene a tutti , perché, anche inconsapevolmente, ognuno di noi ha imparato valori importantissimi da Gandhi, come la pace e la fratellanza.
Bellissimo anche il finale, nel quale le parole del Mahatma accompagnano un meraviglioso tramonto sul Gange.

domenica 22 marzo 2015

IL MIO BINDI



Bindi vuol dire goccia, particella, punto. E’ una decorazione per la fronte indossata dalle donne dell'Asia del Sud.




Il bindi è un simbolo con cui celebrare l’intelletto umano. Richiama la purezza dei propri pensieri, la propria capacità di agire con coraggio e lottare per la verità. Si crede che il bindi possa trattenere l'energia indicando la sede della "saggezza nascosta". 


"Il mio bindi" - disegni realizzati da alunni di 2° e 3° media


Il bindi simboleggia il terzo occhio, o punto di raccoglimento energetico.
Celebra l’intelletto umano. Richiama la purezza dei propri pensieri, la capacità di agire con coraggio e lottare per la verità.

domenica 15 marzo 2015

Cartellone realizzato da alunne di 1° media

lunedì 16 febbraio 2015

MAPPA LEZIONI 1° QUADRIMESTRE

Mappa lezioni 1°quadrimestre

Mappa realizzata da alunna di 1°media

Mappa realizzata da alunna di 2°media





lunedì 2 febbraio 2015

AUNG SAN SUU KYI


«Quelli di noi che hanno deciso di lavorare per la democrazia in Birmania, lo hanno fatto convinti che il pericolo di difendere apertamente i diritti umani fondamentali in uno stato repressivo fosse preferibile alla sicurezza di una vita sottomessa in servitù…» ( Aung San Suu Kyi)

Aung San Suu Kyi (Rangoon, 19 giugno 1945) è un’attivista politica birmana impegnata da molti anni nella difesa dei diritti umani del suo Paese, oppresso da una rigida dittatura militare.
Figlia del generale Aung San, considerato in Birmania un eroe nazionale perché l’aveva resa indipendente dall’Inghilterra nel 1947, e di Daw Khin Kyi, unica ambasciatrice donna della Birmania, Suu Kyi è nata nella capitale, Rangoon, nel 1945. Fin d’adolescente, dopo la morte del padre vittima di un attentato, segue la madre nel suo lavoro all’estero.
 «Per me mia madre rappresentava integrità, coraggio e disciplina. Aveva un cuore molto generoso. Ma la sua vita non era stata facile. Penso che sia stato molto arduo per lei coniugare famiglia e lavoro dopo la morte di mio padre..»
Dal 1964 al 1967 studia Filosofia, Politica ed Economia all’Università di Oxford, in Inghilterra, e dal 1969 lavora a New York presso le Nazioni Unite. Nel 1972 sposa Michael Aris, professore di letteratura tibetana a Oxford, da cui ha due figli.
Il 31 marzo 1988 un’improvvisa telefonata segna il suo futuro: la avvisano che la madre è gravemente malata. Suu Kyi rientra in Birmania dopo moltissimi anni di assenza dal suo Paese e da quel giorno non torna più in Occidente.
La Birmania è da anni governata da una dittatura militare istituita dal generale Saw Maung.
Nel settembre 1988 i militari sparano su una folla immensa (la rivolta 8888)  che manifesta pacificamente contro la dittatura e uccidono migliaia di persone. E’ l’evento che muove Suu Kyi ad entrare in politica e unirsi alle proteste della sua gente verso un regime che l’ha privata di ogni libertà, di ogni diritto, l’ha ridotta in miseria e punisce i dissidenti con la tortura, i lavori forzati, il carcere, la morte.
Con un discorso memorabile alla pagoda di Shwedagon, davanti a mezzo milione di persone, il 26 agosto del 1988, Suu Kyi entra in politica: «In quanto figlia di mio padre, non potevo restare indifferente di fronte a tutto ciò che sta accadendo.» Lancia quella che definisce la “seconda battaglia per l’indipendenza nazionale” e fonda la National League for Democracy (NLD); la sua casa diventa il quartier generale di coordinamento del partito e della “lotta non-violenta” contro la dittatura.
Suu Kyi diventa capo dell’opposizione con l’obiettivo di contrastare la dittatura militare dello SLORC (Consiglio di Stato per la restaurazione della legge e dell’ordine). Lo SLORC detiene il potere tramite la legge marziale, gli arresti arbitrari e la detenzione di persone sospette.
Nel luglio del 1989, lo SLORC le offre la possibilità di lasciare il Paese, se vuole, a condizione di rimanere in esilio, ma lei è determinata a restare in Birmania e così viene messa agli arresti domiciliari per aver denunciato che lo SLORC è controllato dal generale Ne Win che, sebbene in pensione, comanda il Paese.
Tuttavia appena libera la donna tornerà vicina al suo popolo, ascolterà la voce della sua gente, vorrà sapere dei suoi bisogni, scriverà, terrà i discorsi settimanali o “della domenica” presso la sua casa di Rangoon. Esorterà ad avere fiducia, a credere nella forza dell’amore, del bene, nella nonviolenza, a considerare necessaria la vittoria finale di questi valori perché propri dell’uomo, della sua natura, della sua civiltà.
Nel maggio 1990 la NLD vince le elezioni ottenendo l’80% dei seggi, ma lo SLORC annulla i risultati delle votazioni e ricorre ad ogni forma di violenza materiale e morale; continua con le sue gravi misure contro i cittadini e in particolare contro gli esponenti del partito democratico.
Per tentare di mettere a tacere le manifestazioni a favore della democrazia, l’esercito birmano uccide per le strade circa 3.000 persone tra studenti, monaci buddisti e civili. E questo nonostante i richiami che da tanti governi stranieri giungono ai capi birmani invitandoli ad una politica più conciliante.
Nel 1991, Sempre durante gli arresti domiciliari, Aung San vince i premi Rafto, Sacharov (per la libertà di pensiero) e il Nobel per la Pace, e con i soldi del premio crea un fondo per la salute e l’istruzione a favore del popolo birmano.
Nel 1995 le vengono revocati gli arresti, ma rimane comunque in uno stato di semilibertà. Non può lasciare il Paese ed i suoi familiari, che sono rimasti in Inghilterra, non possono visitarla; nemmeno suo marito, quando gli viene diagnosticato il cancro, potrà andare in Birmania e morirà senza rivederla.
La Birmania continua la sua politica di militarizzazione e, da qualche tempo, Suu Kyi chiede di boicottare il turismo nel suo Paese. Suu Kyi ritiene, infatti, che il turismo e gli investimenti stranieri aiutino il governo militare a conservare il potere.
A 56 anni Suu Kyi continua a battersi, in stile gandhiano, per la democrazia, il rispetto dei diritti umani e la nonviolenza. I suoi modelli di riferimento sono sempre stati Gandhi e suo padre.
Dal primo ha appreso la dottrina della nonviolenza; dal secondo l’umiltà e l’impegno per il proprio popolo. Nel suo libro “Libera dalla paura”, questa donna coraggiosa afferma che non è il potere che corrompe, bensì la paura. Ecco perché per rispondere alla violenza del governo si è impegnata ad agire senza paura. Tuttora, Suu Kyi non ha paura di rinunciare, pur dolorosamente, alla lontananza dagli affetti più cari, pur di portare avanti la lotta per la libertà del suo Paese.
Suu Kyi si presenta come un chiaro modello e come simbolo della speranza e di una forza più grande del potere armato.
Nel 2007 riesce a fare una breve apparizione al cancello della sua residenza e con le mani giunte rende omaggio ai monaci che marciano per la libertà e i diritti umani. Nonostante il regime militare spari sui dimostranti, la folla di monaci affronta coraggiosamente i militari e continua a protestare pacificamente. Migliaia di persone vengono arrestate, interrogate e torturate.
Il 13 novembre 2010, finalmente, Aung San Suu Kyi viene liberata e dopo 10 anni ha potuto sentire al telefono suo figlio più piccolo, ormai 33enne ed il 23 novembre, finalmente rivederlo.
Il 1° aprile del 2012, Aung San Suu Kyi è stata eletta in Parlamento con l’82 % delle preferenze e il suo partito (la Lega Nazionale per la Democrazia) ha conquistato 43 dei 45 seggi in palio.
Nei prossimi mesi la giunta militare che da anni guida la Birmania deciderà se Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione, potrà candidarsi alle elezioni presidenziali del 2015.

Film consigliato: “The lady – L’amore per la libertà” (2011) di Luc Besson


lunedì 12 gennaio 2015

KAILASH SATYARTHI



Kailash Satyarthi (Vidisha, 11 gennaio 1954) è un attivista indiano. Ha vinto il Premio Nobel per la pace nel 2014 insieme alla pakistana Malala Yousafzai per le loro lotte in favore dell'educazione e la salvaguardia dei bambini.
Kailash Satyarthi è impegnato nella lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. La sua azione ha permesso di liberare dalla schiavitu' almeno 80.000 bambini facendo in modo che intraprendessero un percorso di reintegrazione, riabilitazione ed educazione.
Satyarthi ha portato avanti la tradizione del Mahatma Gandhi attuando diverse forme di proteste pacifiche, mostrando un grande coraggio e concentrandosi sul grave sfruttamento dei bambini per scopi economici. 
Le marce sono sempre state parte integrante della tradizione indiana. Il Mahatma Gandhi ne ha condotte tante per sensibilizzare la popolazione.
Tenendo presente il forte impatto che hanno, specialmente quando si tratta di mobilitazioni di massa, le marce hanno sempre avuto un ruolo importante nella strategia complessiva che Satyarthi adotta contro la schiavitù minorile.
Con la sua organizzazione ‘Bachpan Bachao Andolan’, Satyarthi in India è considerato un punto di riferimento per quanto riguarda l'abolizione del lavoro minorile.
Più di una volta Kailsh e gli altri attivisti che lo accompagnavano sono stati aggrediti e brutalmente picchiati. C`é anche chi ha perso la vita.
Il lavoro coatto (forzato) è una forma di schiavitù che consiste nello sfruttamento di una famiglia estremamente povera che, per poter sopravvivere, chiede un prestito a uno strozzino (di solito si tratta di piccole cifre) e in cambio è costretta a lasciare un figlio in cauzione, fino all'estinzione del debito. Ma molto spesso la famiglia non riesce ad estinguere il debito, perciò il bambino viene venduto e rivenduto a diversi padroni. Questi piccoli operai lavorano i diamanti, il taglio delle pietre, lavorano nella manifattura e in altre forme di artigianato.
Ogni bambino che lavora toglie un posto ad un adulto. Satyarthi afferma: “La crescita della disoccupazione è direttamente connessa alla crescita del lavoro minorile”.
Il datore di lavoro indiano preferisce assumere, in una famiglia, il bambino piuttosto che i suoi genitori. Perché i bambini si possono pagare meno ed è più facile sfruttarli: “Di certo non sono in grado di fare rivendicazioni o di strutturarsi in sindacati”. Questo il semplice e disarmante circolo vizioso: “I figli assunti al posto dei propri genitori”.
Satyarthi salva i bambini e le donne dalla schiavitù in fabbriche sovraffollate, luride e sperdute, nelle quali si lavora in condizioni a dir poco deplorevoli, con orari disumani, senza alcuna misura di sicurezza.
“Riteniamo che non ci siano violazioni dei diritti umani peggiori di questa. È la lacuna più vergognosa della giustizia indiana, della Costituzione del nostro Paese e della Carta delle Nazioni Unite. L'arma più efficace che abbiamo a disposizione è quella di educare la gente, creando sensibilità e consapevolezza riguardo a questa piaga sociale. Inoltre, cerchiamo di identificare le aree in cui viene comunemente praticata la schiavitù minorile. Andiamo anche a prendere i bambini di nascosto e li riportiamo alle loro famiglie. A questo fa seguito la loro istruzione, nonché la riabilitazione, che sono passi altrettanto fondamentali dell'intero processo”. (Kailash Satyarthi)

Satyarthi ha organizzato e condotto due grandi marce attraverso l'India per sensibilizzare la popolazione sul problema del lavoro minorile e, nel 1998, è riuscito a riunire oltre diecimila organizzazioni non governative di tutto il mondo in una marcia denominata Global March Against Child Labor.



Intervista a Kailash Satyarthi dopo la vittoria del Premio Nobel per la Pace:
La domanda sarà scontata, ma come non farla: come ha accolto la notizia?
Questo premio è un riconoscimento ed un onore per i milioni di bambini che ancora sono in schiavitù, che sono privati della loro infanzia, dell’educazione, ma soprattutto del loro diritto fondamentale alla libertà. Voglio ancora una volta ricordare e richiamare all’attenzione il fatto che ci sono ancora molti, troppi bambini che lavorano come schiavi nelle fabbriche di mattoni, nelle case, nelle miniere. Spesso rimangono invisibili. Questo premio è per loro, ma è anche per gli indiani: l’India è forse la madre di centinaia di problemi ma è anche anche la madre di milioni di soluzioni.
Lei sta dividendo il Nobel con una cittadina pakistana. Come legge questa situazione alla luce delle recenti tensioni tra i due Paesi?
Credo che sia stata una grande decisione, un messaggio che non deve arrivare soltanto ai governi, ma soprattutto ai cittadini. Ho lavorato con organizzazioni pakistane per molti anni, sono stato lì spesso e conosco la gente. Ho sempre pensato che una convivenza pacifica sia e debba essere possibile. Possiamo e dobbiamo vivere in pace nel nome dei comuni valori dell’umanità, soprattutto quando parliamo di infanzia. I bambini devono nascere e crescere nella pace, devono divertirsi e viversi l’istruzione come esseri umani liberi.
Spesso la povertà è considerata origine dello sfruttamento minorile…
Il fatto che la povertà sia causa e perpetuazione del lavoro minorile è solo ed assolutamente un mito. È in realtà il lavoro minorile a permettere alla  povertà e all’analfabetismo di continuare ad esistere. Non possiamo più nasconderci dietro alla scusa della povertà come origine dello sfruttamento minorile e del furto dell’infanzia dei nostri bambini. È inaccettabile.
Che cosa le ha fatto scegliere di intraprendere questo lavoro?
Tutto è nato dalla compassione, quando avevo cinque o sei anni. Per la prima volta, nella mia città natale ho visto un bambino che aveva la mia stessa età lavorare con il padre; proprio davanti alla mia scuola. Provavo un sentimento contraddittorio: da una parte io ero contento e studiavo con gioia, dall’altra c’era lui che, invece, lottava per la sua infanzia e per il suo sostentamento. Chiesi ai miei genitori e al mio maestro come fosse possibile e mi diedero la stessa risposta: sono bambini poveri e quindi lavorano. Non mi convinsero. Un giorno chiesi al padre di quel bambino, come mai non mandasse il figlio a scuola; mi guardò come se gli stessi facendo una domanda assurda e mi rispose: noi siamo nati per lavorare. Rimasi stupito ed attonito. Perché qualcuno era nato per lavorare mentre io, invece, me ne andavo a scuola sereno? Queste domande mi hanno sempre accompagnato e il non aver trovato una risposta convincente mi ha portato a iniziare a combattere.

mercoledì 7 gennaio 2015

MALALA


« Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è istruzione. E non ho paura di nessuno. » (Malala Yousafzai)

La storia di Malala è una storia semplice ma straordinaria. È la storia di una bambina che vuole andare a scuola.
Malala Yousafzai (12 luglio 1997) è una studentessa e attivista pakistana. È la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace, famosa per il suo impegno per l'affermazione dei diritti civili e per il diritto all'istruzione delle donne in Pakistan.
Nata a Mingora, nella valle di Swat (Pakistan), Malala cresce in una famiglia di musulmani sunniti di etnia pashtun. Il suo nome significa letteralmente "colpita dal dolore" e le viene dato in onore della poetessa-guerriera afgana Malalai di Maiwand.
Il padre, poeta e attivista, fonda diverse scuole e la coinvolge sin da piccola nella battaglia per l'educazione.
Nel 2009 i talebani riescono a imporre diversi divieti, grazie a un tacito consenso del governo che, con lo sguardo rivolto altrove, utilizza in modo differente i fondi ricevuti dagli americani per combattere i talebani. Tutte le scuole femminili vengono chiuse, anche quella gestita dal padre di Malala. Alcune vengono addirittura rase al suolo.
Tutto diventa proibito, la lista delle azioni vietate dai talebani si allunga di giorno in giorno.
E’ proibito ascoltare la radio, ballare, fare gite e divertirsi, andare al mercato a comperare oggetti personali. Anche una famiglia osservante come quella di Malala diventa una famiglia di infedeli per il solo fatto di sostenere l'educazione femminile.
Malala si è impegnata da giovanissima contro l’editto dei Talebani che avevano vietato l’istruzione alle donne nella città di Mingora, nella valle dello Swat al confine tra Pakistan e Afghanistan.
La giovanissima attivista è diventata celebre grazie al blog curato per la Bbc in cui documentava la repressione talebana. Fu proprio il padre di Malala a proporre sua figlia come contatto per un giornalista che raccontava la condizione femminile in Afghanistan sul blog di una televisione inglese.
Malala racconta la guerra vista dai piccoli: la natura distrutta dalle bombe, il divieto di uscire per strada, la nostalgia per le feste di paese e le passeggiate dopo cena. L’esultanza delle studentesse quando il preside, con qualche insegnante coraggioso, decide di sfidare l’editto degli estremisti islamici e richiama tutti a scuola. Nel piccolo diario quotidiano che Malala manda al sito della Bbc, la voce di una ragazzina di 15 anni trasmette in diretta mondiale la felicità che dà tornare liberi.
Liberi di crescere, di imparare a difendersi con la conoscenza.


Il 9 ottobre 2012 è stata gravemente ferita alla testa e al collo da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico su cui lei tornava a casa da scuola.
Il miliziano salì sul mezzo e domandò: "Chi è Malala?". Nessuno rispose, ma gli sguardi si concentrarono su quella bambina che, da anni, raccontava come una fatwa(sentenza) impedisse alle bambine e alle ragazze di studiare. Insieme a lei furono ferite due compagne di scuola in modo meno grave. Le condizioni di Malala, invece, furono subito giudicate serie.
Ricoverata nell'ospedale militare di Peshawar è sopravvissuta all'attentato dopo la rimozione chirurgica dei proiettili.
La ragazza è stata in seguito trasferita in un ospedale di Birmingham che si è offerto di curarla.
La giovane pakistana è stata costretta a stabilirsi in Inghilterra dove continua i suoi studi, senza poter ritornare in patria per paura di essere attaccata di nuovo dai Talebani.
Il 10 ottobre 2014 ha ricevuto il premio Nobel per la pace assieme all'attivista indiano Kailash Satyarthi, diventando con i suoi diciassette anni la più giovane vincitrice di un premio Nobel.
La motivazione del Comitato per il Nobel norvegese è stata: “per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all'istruzione”


Ha scritto un libro, le sue memorie intitolate 'I'm Malala', uscito in occasione del primo anniversario dell'attentato.
"Voglio raccontare la mia storia, ma sarà anche la storia di 61 milioni di bambini che non possono ottenere l'educazione" ha detto Malala parlando del suo libro.
Storico il suo discorso alle Nazioni Unite nel 2013, dove in occasione del suo compleanno, il 12 luglio, ha rivolto un messaggio ai Talebani, che "pensavano di zittirmi con una pallottola, ma non ci sono riusciti". Un appello al mondo: "Un bambino, un insegnante e un libro possono cambiare il mondo. Impugniamo i nostri libri e le nostre penne, sono loro le nostre armi più potenti - ha aggiunto, parlando ad alcune centinaia di studenti presenti all'Assemblea – “Il 9 ottobre mi hanno sparato al lato sinistro della testa e pensavano che le pallottole potessero zittirmi ma non ci sono riusciti".
Malala non ha mai smesso di credere nella scuola, nell’istruzione, a dispetto dell’ arretratezza della regione in cui è cresciuta e delle minacce a cui è stata sottoposta.
Questa sicurezza sarebbe ammirevole in qualunque individuo in circostanze analoghe, lo è ancora di più in una persona così giovane, una ragazza che aveva quindici anni quando è stata attaccata e ne ha appena diciassette oggi. Malala ha compreso che l’educazione scolastica è la soluzione a molti problemi. La sua tenacia intellettuale è straordinaria.
La libertà è un bene che noi diamo per scontato, un diritto acquisito, e non ci rendiamo conto invece che non tutti sono in grado di goderne, ed è molto più facile perderlo che acquisirlo.
Malala ha istituito un fondo a suo nome destinato a sostenere l'istruzione femminile in Pakistan.
La diciassettenne pakistana, la più giovane vincitrice del Premio Nobel, ha viaggiato in molti Paesi e ha incontrato il presidente Barack Obama. Nella loro conversazione Malala ha suggerito al presidente americano che invece di mandare droni nei Paesi del terzo mondo farebbe meglio a inviare libri e penne.

Ha anche viaggiato in Nigeria per mantenere vivo l'interesse globale nella triste situazione delle liceali rapite dal gruppo terroristico Boko Haram la cui ideologia rispecchia quella dei Talebani, specialmente nel trattamento delle giovani donne.